Il rally, si sa, è uno sport che ama i boschi e detesta le capitali. Ama le strade che non portano da nessuna parte se non al chilometro successivo, e detesta i luoghi dove la gente ha già deciso, da secoli, dove andare. Per questo la notizia che il Mondiale 2027 farà tappa a Roma, dopo aver rianimato l’America e la Scozia, ha il sapore di una contraddizione elegante, di quelle che piacciono ai regolamenti e un po’ meno ai piloti.
Quindici appuntamenti, ha stabilito la FIA. Un numero tondo, quasi rassicurante, come le porte di una cattedrale. Si ricomincia da Monte Carlo, che è l’unico posto al mondo dove il ghiaccio e lo champagne convivono senza farsi troppe domande, poi la Svezia, il Kenya, la Croazia, le Canarie, il Giappone. Poi la Grecia, l’Estonia, la Finlandia, il Paraguay, il Cile, l’Arabia Saudita. In mezzo, tre ritorni e una novità che suonano come un programma di turismo intelligente: gli Stati Uniti ad agosto, per la prima volta dal 1988, quando Reagan era ancora presidente e le macchine avevano ancora qualcosa di artigianale; la Scozia a fine settembre, con base ad Aberdeen e il benestare del governo locale, che evidentemente ha capito che i boschi, se non li attraversi a duecento all’ora, restano solo boschi; e infine l’Italia, dall’8 all’11 luglio, su asfalto, tra il Lazio e lo sfondo di Roma.
Roma. La città che ha inventato le strade dritte e poi ha passato duemila anni a riempirle di curve amministrative. Immaginare una speciale che costeggia il Colosseo, o che sfiora le ville tuscolane, è un esercizio di surrealismo applicato. I piloti nei trasferimenti dovranno imparare a frenare non solo per le chicane, ma per i semafori storici, per i pullman turistici, per la convinzione romana che la precedenza spetti sempre a chi arriva dopo. Sarà un rally urbano nel senso più letterale: non perché le strade siano cittadine, ma perché la città, intorno, continuerà a fare la città. I commissari di percorso, si spera, avranno il compito di spiegare ai passanti che quelle auto non stanno scappando da un autovelox, ma stanno correndo un mondiale.
C’è, in questo calendario, una filosofia da esportazione. L’America torna perché è il mercato più grande, e Ford, che di mercati se ne intende, avrà finalmente un palcoscenico domestico. La Scozia torna perché i tifosi britannici, quando si arrabbiano, lo fanno con una compostezza che fa paura ai promotori. L’Italia entra perché l’asfalto romano, o laziale, promette immagini che i boschi finlandesi, per quanto veloci, non sanno dare. Il nuovo regolamento tecnico, quello chiamato WRC27, dovrebbe nel frattempo abbassare i costi e allargare la platea dei costruttori. È la formula magica di tutti gli sport moderni: spendere meno per guadagnare di più, o almeno per non perdere tutti insieme.
Resta il sospetto, tipicamente italiano, che portare il rally a Roma sia un modo per ricordare al mondo che anche noi abbiamo le strade, e che alcune, nonostante tutto, sono ancora percorribili. Non sarà facile. Tra una speciale e l’altra i piloti troveranno il traffico, i divieti, le ZTL, la convinzione diffusa che la velocità sia un optional europeo. Ma forse è proprio questo il senso. Il mondiale, nel 2027, non cerca più solo i boschi. Cerca i posti dove i boschi finiscono e comincia qualcos’altro: una capitale, un mercato, un ricordo del 1988, una foresta scozzese che ha deciso di riaprirsi al rumore. Il resto, come sempre, lo decideranno le curve. E Roma, di curve, ne ha da vendere.
