Il punto di vista del RIVS sul futuro del motorismo storico in Italia


In questi ultimi mesi il mondo del motorismo storico sembra giunto a un punto di svolta decisivo. Dopo anni di inerzia a quasi tutti i livelli, i tempi sembrano finalmente maturi per una riflessione approfondita sul futuro dei veicoli storici in Italia. Due sono i fattori che, più di altri, inducono ad un ripensamento complessivo di tutto il movimento e delle leggi che lo regolano: da un lato, l’affacciarsi al mondo delle auto ultraventennali di modelli prodotti in grandissima serie e ancora molto presenti sulle strade - tra tutti la Fiat Punto; dall’altro, l’ingresso di un nuovo soggetto, ACI Storico, che forte della propria struttura ramificata e del proprio status di auctoritas parastatale ha scosso il placido ambiente del motorismo con la proposta provocatoria di una lista che renderebbe assolutamente superflua per i modelli presenti nella lista stessa l’iscrizione ad un club di veicoli storici.
Proposta provocatoria, ma non risolutiva, perché, se è vero che leggi poco chiare e atteggiamenti di comodo hanno causato una paralisi del movimento e l’instaurarsi di un duopolio di fatto, è altrettanto vero che la proposta dell’Automobilclub fa acqua in diversi punti.

L’ente guidato da Sticchi Damiani coglie nel segno quando afferma che non è possibile che la concessione dei benefici fiscali sia collegata ad una quota da versare ad un’unica associazione, situazione questa che costringe di fatto il contribuente ad iscriversi solo ed esclusivamente all’ASI, o a versare ad essa una contributo. Perché l’effetto principale di tale situazione è quello di limitare altre realtà di spessore, presenti su tutto il territorio nazionale ed impegnate sullo stesso fronte – tra le più attive citiamo RIVS e AAVS – che vengono fortemente ridimensionate dalla rendita di posizione che ASI è riuscita ad accaparrarsi in forza dell’interpretazione errata di una legge (l’art. 63 delle L.342 del 2000).  Tuttavia con la propria proposta di una lista chiusa, ACI rischia di proporre un rimedio peggiore del male.

Se difatti si accetta di concedere indiscriminatamente a tutti i modelli presenti in una lista i benefici fiscali e assicurativi riservati ai veicoli storici, il rischio è quello di elargire arbitrariamente questi benefici senza considerare l’effettiva storicità di questo o quel veicolo: elementi quali lo stato di conservazione e la tipologia di utilizzo del veicolo sarebbero assolutamente secondari con l’effetto inevitabile di concedere benefici fiscali anche a veicoli in stato di conservazione pessimo.
Allo stesso tempo e in maniera speculare, modelli esclusi dalla lista, ma in perfetto stato di conservazione e utilizzati dai proprietari come veicoli storici, non potrebbero mai accedere ai benefici di cui sopra.

Dunque, se l’obiettivo dichiarato della lista è quello di limitare il proliferare di falsi veicoli storici e di favorire la conservazione di quelli veri, non è nella lista che sta la soluzione. 
Invece una soluzione, tanto semplice quanto condivisibile, potrebbe essere quella di stabilire dei criteri oggettivi (numero di soci, presenza territoriale, anni di attività nel settore) con cui riconoscere altri enti certificatori, come i già citati RIVS e AAVS, uniformando allo stesso tempo la tipologia delle certificazioni riconosciute dalla legge e le modalità e i criteri di emissione, evitando così esclusioni aprioristiche e potenzialmente dannose. Perché una sola cosa è certa: il principale criterio per stabilire se un veicolo sia storico o meno – al di là del pregio e dello stato di conservazione del veicolo stesso – è l’utilizzo che di quel veicolo si fa. Un veicolo è storico se partecipa a raduni e manifestazioni, e se è utilizzato a questo fine merita di essere considerato tale; così come meriterà il suo proprietario di godere di determinati vantaggi al fine di favorirne la conservazione a futura memoria. Vantaggi di cui beneficerebbe tutto il movimento, e non soltanto una parte di questo.

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